La famiglia vuota – Colm Tóibín – «vecchi e intimi legami»

Composto da nove racconti che hanno come temi centrali l’esilio e il ritorno, la condizione gay e il  peso del passato che non può essere sgravato dalle spalle dei protagonisti se non a costo di sacrifici drastici, il nuovo libro dell’acclamato scrittore irlandese Colm Tóibín (Booker Prize con The Master) è un canto di dolore rabbioso e impotente contro le convenzioni, quasi uno sputo di saliva acida addosso alla società. Società, in queste storie, inquadrata attraverso la lente di personaggi al limite di qualcosa: un innamorato che scrive lettere al suo ex, rammentando l’amore che fu (Uno meno uno), sperduto sotto «la velenosa luce della luna» e in un intrico di interrogativi senza risposta; una ricca e delusa vedova incontra a una cena lo scrittore che ammira, Henry James, sperando di poter rendere interessante e ‘narrativa’ la storia della sua vita in Silenzio, racconto la cui idea Tóibín ruba ai taccuini di James, «il tempo sarebbe passato e le loro azioni e sentimenti sarebbero apparsi come ombre di azioni e sentimenti, e anzi ancor meno di ombre»; il ritorno a casa di uomo dopo la morte dei genitori è l’innesco per il racconto che dà il titolo alla raccolta, tra la luce del faro e la «obbediente e convulsa solitudine delle onde» in cui il personaggio si (ri)specchia; Due donne è la storia del fuggevole ma intenso incontro tra due anziane che hanno amato per anni lo stesso uomo senza mai sfiorarsi, «Volevo scriverti quando è morto, ma non ho scritto a nessuno, e poi è stato troppo tardi»; altro amore finito in I pescatori di perle, in cui uno scrittore di romanzi e sceneggiature thriller rivede l’uomo con cui ha scoperto la sua omosessualità al college, e non sa comprendere se l’altro abbia mai provato qualcosa per lui, «Non consento a nessuno di importunarmi… a meno che siano implicati vecchi e intimi legami»; esiliatasi dal franchismo e rientrata in Spagna alla morte del dittatore, Carme, la protagonista di La nuova Spagna, odia la propria famiglia e ha un dolce ricordo della nonna, che le ha lasciato in eredità la casa in cui i suoi stanno passando le vacanze: è tempo di rese dei conti, «era difficile non provare la sensazione di avere sprecato un decennio della propria vita»; e poi un nipote che veglia la zia che l’ha cresciuto nella casa di cura in cui ha dovuto rinchiuderla (Il colore delle ombre, forse il miglior pezzo della raccolta); amore e sesso gay sfrenato contraddistinguono Barcellona, 1975 e La strada, in cui due esiliati pakistani a Madrid lottano contro le convenzioni per poter stare insieme.
La prosa di Tóibín deborda un po’ nell’intimismo, alcuni racconti hanno aperture ariose ma chiusure brusche e immotivate, le accurate descrizioni delle penetrazioni anali non suscitano proprio il massimo dell’interesse – tutto sommato, è possibile che di questo libro l’autore potesse fare a meno.
Se poi aggiungiamo che traduttore e correttore di bozze sembrano aver fatto a gara a chi poteva propinarci più castronerie, il risultato è men che mediocre. («Lei rise mentre faceva il primo sorso», pag. 150; «Aveva spesso pensato di telefonare più spesso», pag. 149; «Erano attenti in ogni istante a ciò che li attendeva», pag. 159; «Il tentativo di insegnarli a tagliare i capelli», pag. 218; errore di nome a pag. 231, Abdul diventa Super; «tentato chiederglielo», pag. 233; «Era quasi felice che di quella sera nulla fosse stato ancora stabilito», pag. 234; «Avrebbero potuto chiedere a Baldy perché non fosse andato subito alla polizia e avesse fatto giustizia da solo», pag. 245)

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