Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka – «buona giolnata, signole»
Di come i giapponesi arrivarono in America e di come gli americani li trattarono come schiavi prima di Pearl Harbor e come traditori potenziali dopo. Del viaggio per mare delle vergini che raggiunsero i loro sconosciuti mariti in un’altra terra. Della nostalgia di casa, delle madri, dei padri che le avevano mandate in sposa oltreoceano per soldi o per garantire loro una vita migliore. Di come le speranze vennero infrante; di come i mariti le maltrattarono e obbligarono a lavorare la terra del padrone americano; di come le ingravidarono senza amore, solo per due braccia in più da dirottare nei campi appena i pargoli fossero cresciuti. Di come pregarono Budda e di come non seppero che farsene di Lui. Di come crebbero figli che, superata l’infanzia, si vergognarono dei genitori che non sapevano spiccicare decentemente una sola parola d’inglese. Di come i bianchi sfruttarono un popolo di disperati; di come i giapponesi svolsero i lavori più umili con dignità e competenza; di come riuscirono con molti sforzi a integrarsi al tessuto sociale delle cittadine di provincia. Di come costruirono la loro reputazione di persone rette e affidabili. Di come il bombardamento di Pearl Harbor ad opera di un imperatore di cui più nulla sapevano li fece odiare, sospettare, interrogare, maltrattare, evacuare, sputare via e rinchiudere in campi di concentramento appena un po’ più soft di altri ben più tristemente noti. Di come i loro vicini di casa americani si resero conto di aver perso un pezzo della loro storia. Di come i giapponesi scomparvero dalle comunità in cui erano vissuti per decenni. E di come vennero in fretta dimenticati.
Julie Otsuka, attraverso un paziente lavoro di ripescaggio di documenti e testimonianze, riunisce i ricordi e le storie delle prime donne giapponesi arrivate dopo un lungo viaggio negli States – e dei loro figli, dei loro mariti – in un racconto condotto in terza persona plurale che tocca l’elemento singolo per renderlo collettivo, universale. E’ la memoria la protagonista assoluta del romanzo-documento, una memoria straziata e malinconica, puerile ed eroica, che imperversa nelle pagine del libro con un ritmo in crescendo che intenerisce e sgomenta il lettore.
Candidato al National Book Award e prontamente portato da noi dallo storico editore torinese Bollati Boringhieri, il testo è nobilitato dalla magnifica, vibrante traduzione di Silvia Pareschi.
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La traduttrice, lusingata, ringrazia. Sono contenta che si percepisca tutta la passione che ho messo nel tradurre questo splendido libro.
Grazie a te. Aspetto The Surrendered.
anch’io ringrazio Silvia Pareschi che ha fatto un eccellente lavoro di traduzione, è un romanzo bellissimo e davvero vibrante e assai presto, questo stesso mese, lo presentiamo su Flannery.it, il lit-blog delle donne che scrivono