Fuochi di Sant’Elmo «’Look aloft!’ cried Starbuck. ‘The corpusants! The corpusants!’.» MELVILLE
COMINCIAMO A PARLARE DI ‘MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA’
Dunque. A un mese e mezzo circa dall’uscita del mio libro (primi di marzo), mi pare giunto il momento di cominciare a parlarne.
Direi che Mia sorella è una foca monaca è un libro sulla giovinezza. Su un certo tipo di giovinezza. Vorrei essere più chiaro, ma non è semplice.
Mentre vivevo l’età del protagonista, sedici e diciassette anni, leggevo Bukowski. Ricordo le tre raccolte Feltrinelli, ricordo quella scrittura piena di turpiloquio e solitudine e vino scadente californiano, le liriche digressioni mai patetiche sul pessimismo roboante insito nel vivere e nella speranza di redenzione che dava la letteratura.
Ricordo che nascondevo ‘Storie di ordinaria follia’ dietro ai libri di Fitzgerald, perché sarebbe bastato ai miei genitori aprire il libro ad una pagina a caso per scoprire che non sempre mi dedicavo a letture ‘elevate’. Almeno, con enorme stupidità, non pensavo a quel tempo che Bukowski fosse uno scrittore paragonabile ai più grandi di sempre. Ora, dopo centinaia di libri letti, so che mi sbagliavo, che Hank era ed è un grande e con Kerouac resta una delle più alte espressioni della letteratura estrema di quegli anni. Anche se naturalmente Bukowski non era uno scrittore beat, e neanche Kerouac era uno scrittore beat. Così come non lo erano Burroughs e Ginsberg. Non saprei dire che cazzo c’entri il termine beat con quella grandiosa generazione di scrittori americani. E’ solo che il critico deve dare a tutto un nome, altrimenti non può raccogliere i suoi articoli sotto un unico argomento per farci un libro.
La copertina era quella che tutti i lettori italiani di Bukowski conoscono. Avevo anche i libri bukowskiani dell’editore SugarCo – ora non si trovano più.
Quando poi, alcuni anni fa, decisi di scrivere un romanzo e scelsi un adolescente come protagonista sapevo – non posso proprio dirlo in altro modo – sapevo che, per ciò che riguardava ritmo e dialoghi, l’unico a cui potessi fare riferimento era proprio Bukowski. Per l’attrazione che le sue pagine avevano avuto sul me stesso adolescente. Per il furore e la risata grassa e il senso di malinconia che ci volevo mettere dentro.
Ma avevo bisogno di una storia (non di una trama, intendiamoci). Il mio protagonista non poteva solo essere una versione di me stesso lettore di Hank a sedici anni che si muoveva per il mondo. Sarebbe stato un personaggio magari divertente, ma sterile.
Per strutturare il tutto, mi volsi quindi a John Fante. Arturo Bandini, il suo alter ego letterario, era stato uno dei personaggi che più avevo amato – ma dopo, verso i vent’anni, Fante l’ho scoperto quando l’ha scoperto più o meno tutta la nostra generazione di lettori, tardi. In tutte le avventure con Bandini protagonista ciò che muove la storia da un punto A ad un punto Z sono la famiglia, l’amore e una pressante richiesta di affetto, di approvazione attraverso comportamenti egocentrici, fuori controllo, disperati. Sì, era Fante l’autore del quale avrei dovuto servirmi per imbastire la storia.
Così rilessi Bukowski per la pressione che il personaggio doveva imprimere alla pagina (sognavo qualcosa di folle, irresistibile, una scena incagliata ad un’altra senza requie per me stesso scrittore e per l’eventuale lettore); e rilessi Fante per estrapolare le linee guida della storia, gli eventi forti, la naturalezza apparentemente piana dell’ordito.
Ne vennero fuori quelle che, a detta dell’ex capa-stampa di Fazi – Martina Donati -, sono 100 pagine scritte come se mi fossi fatto di coca.
Le sostanze allucinanti che mi sparai dentro per comporre quella prima parte, invece, si chiamano Charles Hank Bukowski e John Fante allo stato puro.
Manca solo Los Angeles. Ma Torino è una cattiva versione di qualunque città, quindi ci sta a pennello.
One Response to “COMINCIAMO A PARLARE DI ‘MIA SORELLA E’ UNA FOCA MONACA’”
« Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato »
Gregory Corso
La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo
Jack Kerouac
che poi i critici debbano sempre trovare la campana di vetro dove sbatter sotto tutto sono d’accordo!
a me ha sempre dato l’idea dell’emarginazione eroico-alcolica, dell’epica sconfitta
« Beat è il viaggio dantesco, il beat è Cristo, il beat è Ivan, il beat è qualunque uomo, qualunque uomo che rompa il sentiero stabilito per seguire il sentiero destinato »
Gregory Corso
La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo
Jack Kerouac
che poi i critici debbano sempre trovare la campana di vetro dove sbatter sotto tutto sono d’accordo!
a me ha sempre dato l’idea dell’emarginazione eroico-alcolica, dell’epica sconfitta
williamdollace - Gennaio 14, 2009 at 3:07 am