PRETI E BAMBINI MAI (racconto)
Il primo proiettile gli perforò la giugulare. Il sangue irrorò i suoi vestiti e formò una pozza subitanea accanto alle scarpe. Strabuzzò gli occhi e pose una mano sulla gola. Espirò tre volte – tre fiotti. Poi crollò in terra, già morto.
Torchi avanzò verso di lui. Sapeva di averlo ucciso, ma prese ugualmente la mira e gli sparò altre due volte. Fu tentato di sputargli addosso.
Fu a quel punto che si accorse del ragazzino.
Sugli undici o dodici anni, biondo – quasi albino -, la pelle lattea, gli occhi chiari, spalancati. Era su una bicicletta da donna dal sellino troppo alto, i piedi incerti a terra. Entrambi, bicicletta e ragazzino, tremavano.
Torchi valutò che dovesse essere sbucato dalla strada sterrata dietro la casa proprio mentre sparava. E che poi si fosse bloccato.
Abbassò la pistola. Chiese: “Che ci fai qui?”
Le mascelle contratte, rivoli di sudore dall’attaccatura dei capelli fino al collo, il ragazzino tremava e quasi piangeva.
Torchi guardò in direzione della strada da cui pareva essere arrivato. Non sentì e non vide niente. Però chiese: “Sei solo?”
Il ragazzino annuì, poi dovette pensare, confusamente, che la possibile presenza di qualcun altro sul luogo potesse in qualche modo aiutarlo, e allora scosse il capo.
“Chi c’è con te? E dov’è che sta?”
Il ragazzino alzò le spalle, poi guardò il morto. Guardò tutto quel sangue. “Stanno arrivando” disse, la voce acuta e esitante.
Torchi sorrise, ma l’impugnatura della pistola gli arroventò il palmo della mano.
‘Preti e bambini mai’, ripeteva sempre suo cugino Totò. ‘Ammazzane, e la notte smetti il sonno. Pazzo, diventi.’
“Molla la bici” gli disse.
Il ragazzino obbedì dopo un attimo: lasciò cadere la bicicletta di lato, sollevando il piede destro e allontanandosene. I pantaloncini che indossava erano bagnati, e uno strato di urina gli brillava sulle gambe fino ai calzini, come glassa.
Totò, che l’aveva introdotto nel ‘giro’ e gli aveva insegnato tutto quello che sapeva, era morto impiccato in prigione sei anni prima. Lacci particolarmente corti, ma c’era riuscito.
Torchi guardò il cadavere. Poi disse: “Come ti chiami?”
“Paolo” fece lui, a mezza voce.
“Paolo e poi?”
“Mitralla.”
Il cognome non gli diceva niente.
“Monta in macchina” disse, indicando la sua Cleo nera.
“A fare?” chiese Paolo. Gli occhi saettavano dalla pistola al morto all’auto.
“Monta in macchina, ti ho detto!”
Paolo prese a singhiozzare. “No! Mi vuoi ammazzare!”
“Non voglio” fece Torchi. “Ma, se non sali, mi costringi. Dobbiamo solo andar via da qui.” Alzò appena la pistola.
Paolo piangeva, spaventato. “Solo in macchina? Poi mi lasci stare?”
“Promesso. Andiamo soltanto via.”
“Via dove?”
“A casa, ti porto, Paolino.” Abbozzò un sorriso.
“E la bicicletta?”
“La carico dietro. Stendo i sedili.”
E lo fece. Si infilò la pistola nella tasca dei jeans e, senza perdere d’occhio il ragazzino, raccolse la bicicletta e la portò a spalla verso il retro della Cleo. Aprì il baule, distese i sedili posteriori facendo scattare una levetta, e sistemò la bici. Poi chiuse.
“Vieni” disse a Paolo. Gli aprì lo sportello.
Paolo fece un passo. Poi si fermò, a guardarsi i pantaloncini bagnati. “Mi sono pisciato” disse, accorgendosene solo in quel momento. Poi la faccia si strinse in una smorfia di paura. “E’ vero che non mi ammazzi?”
Torchi stirò un sorriso appena percettibile. Disse: “Te l’ho detto. Promesso.”
Col capo, Paolo indicò verso il cadavere. “E quello? Perché l’hai ammazzato?”
“Quello è un avvocato. Era. E gli avvocati non si fanno mai gli affari loro. Dopo che i processi sono finiti, sanno troppe cose. E quel porco le voleva raccontare in giro.”
“Perché?”
Torchi sfregò indice e pollice di una mano.
Paolo si voltò a guardare il cadavere un’ultima volta. “Lì lo lasci?” Non c’era pietà, nel suo timbro di voce.
Torchi annuì.
Paolo deglutì e camminò verso la portiera, si infilò sul sedile. Torchi montò dall’altra parte, avviò il motore. Poi partì verso Lanzara.
“Dov’è che abiti?” chiese, cordiale.
“Fianco al panettiere.” Poi soggiunse: “Tu?”
“Io non abito più qui. Ci sono nato, sì, ma mo’ sto a Palermo.”
“Sei di Lanzara?” chiese Paolo stupito, come se un assassino non potesse mai essere nato da quelle parti.
“Sì.”
Nell’abitacolo, il lezzo di sudore e urina premeva contro i loro nasi.
“E come ti chiami?”
“Troppe cose vuoi sapere, Paolo.”
Abbassò entrambi i finestrini. L’aria era calda e straniante, ma almeno liberava dalla puzza.
Torchi disse: “Conosci i Santovito?”
“Quelli di qua?” chiese il bambino indicando il paese. “Quelli della villa?”
“Sì. Lavoro per loro. Qualche volta a Lanzara, come oggi, ma più spesso a Palermo.”
“Mafiosi, sono, i Santovito?”
Torchi annuì appena. “Mafiosi sono un po’ tutti. Qui, a Palermo, come a Milano e Roma. Anzi, i peggiori stanno a Roma.”
Paolo osservò attentamente Torchi. Poi, con un timbro di voce quasi maturo, disse: “Non mi fai più tanta paura come prima, sai?”
Torchi lo guardò di rimando. Strano, non gli sembrava più un ragazzino. Quel biondo acceso, quegli occhi chiari… ora pareva esserci qualcosa di antico e saggio in quella fisionomia.
Lanzara apparve un attimo prima di una curva: un’immagine cruda, di abitazioni squallide dai muri bassi e gialli.
Paolo si voltò a guardare la bicicletta. Poi disse: “Ma non è rimasto nessuno di buono?”
Torchi s’aggrottò. “In che senso?”
“Tutti che ammazzano tutti. Non sapete fare altro?”
“Da grande capirai un sacco di cose che ora non puoi.”
“Da grande” disse Paolo, né domanda né esclamazione. Solo un’idea vaga e impossibile, un’utopia pronunciata a mezza voce in un pomeriggio d’estate.
“Che c’è?” chiese Torchi, dopo un po’.
“Io non sarò mai grande.”
Torchi sentì un brivido lungo la schiena. Lo sentì in quel momento, e poi per tutta la vita ogni volta che la memoria lo riportò a quell’istante, anche quando fu vecchio e solo, vivo ma senza nessuno al mondo, in una piccola casetta fuori Palermo, sdraiato al buio a mordersi le dita.
Aggirarono la collina per Lanzara e raggiunsero una pineta. Paolo guardò davanti a sé, quasi inespressivo, per tutto il tempo.
Poi Torchi fermò la Cleo e lo fece scendere. Mollemente, Paolo smontò dall’auto. Scese anche lui. Stava per tirare fuori la pistola dai jeans, quando Paolo accennò una corsa nella macchia della pineta. Una corsa priva di concitazione, quasi flemmatica, una sorta di movimento orgoglioso nell’inevitabile.
Torchi si appoggiò allo sportello, mirò con molta calma e fece fuoco due volte sulla schiena di Paolo.
Uno stormo di uccelli si librò dagli alberi tra il primo e il secondo sparo. Torchi guardò in alto, ma non riuscì a vederne nemmeno uno. Poi, senza aver ancora capito perché l’avesse portato con sé per tutto quel tragitto anziché ucciderlo subito alla casa disabitata – quando ancora il ragazzino non era diventato adulto nel giro di pochi chilometri – pensò a cosa fare del cadavere.
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bello e crudele.
Birra - Marzo 5, 2008 at 6:07 pm
Splendido.
Al - Marzo 10, 2008 at 2:30 pm