CLEMENTE
Clemente beve un caffé nel transatlantico. Ha voglia di telefonare a Sandra. Però gli sembrerebbe di esagerare, ha appena letto davanti alla nazione una poesia che erroneamente crede di Neruda, nessuno ancora gliel’ha detto. Stringe mani, abbozza sorrisi. E’ un uomo triste. Ha fatto cadere un governo.
Nel bagno del transatlantico incontra un giornalista. Orinano l’uno accanto all’altro.
Il giornalista lo guarda e sbuffa. “Almeno quando piscio, non vedere certe facce.”
Clemente ci resta male. Nel suo brutto italiano risucchiato che surfa su concetti mai pienamente conclusi, dice: “Questo è il bagno dei politici.”
“Infatti ci sto pisciando dentro” risponde secco l’altro, abbottonandosi.
“Maleducato!” sibila Clemente.
Il giornalista fa due passi indietro. Sghignazza. “Coglione” dice. Poi va a lavarsi le mani, insaponandole bene.
Si guardano nel riflesso dello specchio.
“A soreta!” ribatte Clemente. “Tu e tutto il tuo giornale di merda.”
“Coglione” ripete il giornalista, asciugandosi le mani.
“Giuro che ti faccio licenziare, a te, pezza da culo che non sei altro!”
Il giornalista scuote la testa. “Coglione” gli dice.
Clemente smette il getto d’urina, intrappola il coso umidiccio dentro il mutandone. “Faccia i’ cazz!” strilla.
Il giornalista si fruga in tasca, trova una penna e la lancia contro il viso paffuto, sudaticcio, sconvolto di Clemente. Clemente resta bloccato, attonito, la penna a sfera scrocchia come una mandibola cadendo sul pavimento.
“Coglione.”
Il giornalista esce.
Clemente fa per inseguirlo, poi si ferma. Deve lavarsi le mani. Se le sciacqua velocemente, le asciuga sotto il getto caldo a tempo. Poi si guarda allo specchio. La parola coglione pare rimbombargli nei timpani per qualche secondo. Clemente appoggia i palmi contro le orecchie. Coglione. E’ un fischio sillabato che gli suona nel cervello.
Per un lungo attimo, un attimo che negherà a se stesso di aver vissuto, ha paura. Una paura feroce. Trema, trema il doppiomento, tremano le gambe. Poi, come scrollandosi un cadavere di dosso, spinge la paura nell’aria viziata attorno. A lunghe falcate raggiunge la porta.
E’ investito dal frastuono, nel bar immenso. Ancora sorrisi, ancora strette di mano. Però. Però pensa: “Non sarò mai più ministro… Nessuno si fiderà più di me… D’ora in poi mi useranno, poi mi lanceranno i tozzi di pane per farmi stare buono…” Uscendo dal bar incrocia lo sguardo del giornalista. Il giornalista gli parla, senza emettere suono, badando a che il labiale sia ben comprensibile. “Co-glio-ne” scandisce.
Poi la luce di un flash gli piove negli occhi, qualcuno si avvicina con un microfono. “Posso farle una domanda, onorevole?” chiede una voce di donna.
Il giornalista gli passa accanto, sussurra: “Coglione.”
“Sì” dice Clemente.
purtroppo ho la sensazione che sarà ancora ministro (un ministero delle infrastrutture, o quel che sarà, non si nega a nessuno)
francesco - Gennaio 25, 2008 at 10:14 pm