Fuochi di Sant’Elmo
«’Look aloft!’ cried Starbuck. ‘The corpusants! The corpusants!’.» MELVILLE

DIRE TI AMO ATTRAVERSO I DECENNI

A tutte le donne con cui sono stato ho detto ti amo. Lo dicevo, spesso, per coprire una mancanza, uno strato di vuoto tra me e loro. Poiché io non ero perfetto e nemmeno loro, volevo elevare rapporti che a volte procedevano a stento a livelli massimali: dire ti amo, come dicevo loro, era impennare l’idea di una relazione quando la realtà era piatta, o tendente al basso in una sentimentale curva di Gauss destinata a non risalire. Era come prendere per i capelli qualcuno che annega.La prima ragazza a cui dissi ti amo si chiamava Paola. Avevamo entrambi quasi quattordici anni. Lo scenario era il litorale tarantino, l’estate del 1987. Stavamo insieme più o meno da venti minuti. C’eravamo dati certi bacini bellissimi, in quei venti minuti. Eravamo appartati, tra due fumatori di canne completamente fusi sdraiati davanti a un cancello e bambini che tiravano tardi giocando a calcio e gridandosi vaffancul a soreta!, piccé nun mé passat u’ pallun!
Io ricordo che strinsi forte Paola a me (a quel tempo le erezioni erano meno laboriose di adesso e lei dovette impressionarsi in una maniera tale che tentò si scostarsi da cotanta arma impropria) e dissi Paola io ti amo. La sentii come sgonfiarsi tra le mie braccia e pensai: “C’é rimasta secca, per tanta passione!” Invece lei, sbiancata, divincolatasi neanche troppo cordialmente dal mio abbrancicamento, propose di fare due passi, ché MI DOVEVA PARLARE MEGLIO. Arrivati al bivio di una stradina che portava a destra verso la scogliera e a sinistra verso la pizzeria ‘Alla fine del mondo’ dove preparavano il calzone più buono che abbia mai mangiato in vita mia, Paola, Paolina mi guardò con gli occhi neruzzi brillantinati dai lampioni e dai fari delle auto e da un principio – ora lo so – piuttosto teatrale di sgomento e parlò: “Vedi, io sono innamorata di un altro ragazzo… Vincenzo… è grande, ha DICIOTTO ANNI, e mi caca” (che a Taranto voleva dire il contrario che a Torino, cioé NON la cagava, mai capito il motivo di ’sto sovvertimento linguistico!), “però io sono innamorata di lui, e finché non riuscirò a conquistarlo, voglio farmi solo delle STORIELLE… Tu mi sembri troppo preso da me, NON VOGLIO FARTI SOFFRIRE…”
Mi sentii sprofondare nell’asfalto, (ma magari era pure vero che stavo sprofondando perché è ben nota l’indiscriminata corruzione degli assessori ai lavori pubblici nelle città del sud!) e risposi: “Ma… IO TI AMO VERAMENTE! TI AMO COME NON HO MAI AMATO NESSUNO” (cazzo, avevo tredici anni e qualche mese, mi sa che ero proprio sincero nonostante una qualche inattendibilità potesse essere provocata dall’inesperienza e da quei primi sbalzi e rimbalzi ormonali!)
“Dài!” fece lei, come a dire: E’ CHIARO che sei inattendibile per via dell’inesperienza e da ’sta crisi erettive che ti porti a spasso!
“E’ VERO!”
“No.”
“E’ VEROOO!”
“NO.”
“E’ VERISSIMOOOOOOOOO!”
Lei cambiò tattica, ché altrimenti avremmo passato la nottata a quel bivio. “Ho capito. E la cosa mi lusinga un sacco. Però tu vuoi fare le cose troppo seriamente, e io amo Vincenzo. Mi dispiace!” Produsse una lacrimuccia mica male dall’occhio destro o sinistro, sicuramente uno dei due, non posso sbagliarmi così tanto.
E corse via, nel buio opprimente della mia prima notte da mollato di TUTTA LA MIA VITA (mica penserete che Emma, a cinque anni, da un balcone all’altro a casa di mia zia che prima faceva tutta la carina e poi prese a mostrarmi la linguaccia FACESSE TESTO PER UN UOMO SENSIBILE COME ME!!!)
Desolato, a quel bivio, dopo cinque minuti di terrificanti dolori interiori, decisi di andare a piangere sul lungomare, spandendo le mie lacrime nella distesa ondosa che tutto trascina e tutto separa… (Non è vero, andai a comprarmi un calzone prosciutto e mozzarella alla ‘Fine del mondo’ [però giuro che stavo malissimo, al di là della scarsa poetica rilkeiana dell'atto!]

Passarono i giorni. I giorni passavano. C’era il sole. C’era il cielo blu cobalto. C’erano i giornaletti porno di mio fratello. Quando incontravo Paola, e capitava spesso, perché frequentavamo la stessa COMITIVA, ci guardavamo, io con l’occhio penato e umidiccio, lei con l’espressione ferita della feritrice. Ma non ci scambiavamo altro che un ciao e, se eravamo in vena, un sorriso sfibrato da coitus interruptus.
Così, imbambolati, fino all’ultimo giorno di quella mia estate, poco prima di partire. La cercai dappertutto, come il protagonista del ‘Diavolo in corpo’ nel capitolo iniziale. Ma niente. Non si trovava. Che stesse SLINGUANDO con quell’ADULTO di Vincenzo da qualche parte? Ma poi, saran state le quattro del pomeriggio, quasi ci scontrammo. Lei era in bicicletta, io camminavo esausto e colmo di desìo verso casa. Frenò. Disse ciao. Dissi ciao. Il cuore mi batteva. Io strinsi forte il manubrio della sua bicicletta. Stetti per dire qualcosa di FONDAMENTALE, quando lei mi anticipò.

E disse queste parole: “Ho capito che vi amo tutt’e due…”
Ci baciammo, roridi di sudore e di desiderio reciproco. E dopo che ebbi staccato le mie labbra dalle sue, indovinate cosa dissi? Magari già lo sapete. Sì, lo ammetto, ho detto proprio così, ho detto: “MA MI AMI UN PO’ PIU’ DI LUI?”
E lei mi baciò, ché non era una risposta ma a un uomo fa sempre piacere.
Piangemmo, ormai dovevo partire. Pensai che l’avrei amata per sempre.

Due mesi dopo stavo già con Sonia, una mia compagna di classe, e dopo il primo bacio le stavo dicendo: “Ti amo.”

Ti amo. L’ho usato. E’ un modo di dire, dovrebbe contenere il mondo, ma è un modo di dire. L’ho usato, abusato, inflazionato, svenduto, ricomprato, barattato, espulso, riconvocato. Ripreso per i capelli. Per dire qualcosa. Per portarmi a letto qualcuna. Per riempire il vuoto che dicevo. Per pietà. Perché mi sembrava.

E adesso che dal pc di Carlottina arrivano le note di ‘A whiter shade of pale’ e lei è intenta a staccare dei tiranti della nostra ex illuminazione dal muro lasciando delle voragini che solo stucco e calcina potranno ricoprire, e io sono al mio computer, ho quasi 35 anni e l’esperienza necessaria, la guardo e le chiedo ‘Come si scrive il titolo di ’sta canzone’ e lei mi fa lo spelling, sorridendo, adesso, mentre lo scrivo glielo dico, le dico: “Ti amo”, e vi assicuro che c’è una bella differenza da tutte le altre volte che l’ho detto o anche solo pensato, perché è proprio chiaramente, indiscutibilmente, magnificamente VERO.

8 Responses to “DIRE TI AMO ATTRAVERSO I DECENNI”

  1. mi ci son quasi commosso, su questo post, pensa te

  2. Bon… grazie per questo post!

  3. [...] a leggere questo post. E poi, dopo aver detto grazie a lui, se volete ditemi grazie per la [...]

  4. vabè carlottina te lo devo proprio dire: fortissima invidia!
    bravi! bravi! bravi!

  5. Complimenti. Un post bellissimo. In particolare la parte finale…mi hai commosso! Davvero bello! Daniela

  6. molto amour, anzi amour e basta che dire molto amour non ha senso per niente, come se fosse possibile un amour medio, poco o molto. no, c’est pas possible.

  7. Grazie ad iMod che ha segnalato il post e grazie a te per averlo scritto.

  8. il mio si chiama giuseppe :)
    era x ricambiare, lo so, è come dare 10cent al cameriere sudato di una tavola calda che ti ha servito il 15agosto. cmq grazie


Leave a Reply