U.R.S.S., 1953. Il regime di Stalin, grazie anche alla perfetta efficienza dell’MGB
Domani, se mi volete conoscere e farvi vagonate di foto con me, sono alla presentazione del libro ‘H’ di Andrea Ferrari (Fazi Editore), ore 11.30, Spazio Calligaris, tra il pubblico, mentre aspetto il mio editor. Potrete riconoscermi dagli aloni sotto le ascelle e dall’aria annoiatissima, lenti enormi rettangolari sopra pupille midriatiche, pancia prominente, capello brizzolato e mosca storta al mento. Al mio fianco, ragazza con sorriso smagliante e montatura occhiali rosa.
La frase in codice che dovrete pronunciare prima di ogni altra perché io vi degni d’attenzione è: “Paolo Giordano fa schifo.”
Accorretemi numerosi!
Fa un po’ impressione pensare che cia sia una narrazione epica italiana, come asserisce uno dei Wu Ming (l’apparato bolognese). Fa specie pensare che qualcuno scriva qualcosa che appartenga a una definizione. D’ora in avanti Lucarelli e De Cataldo (per citare solo due dei neo-epici tirati in giostra dal Kollettivo) penseranno di scrivere qualcosa di molto più importante dei loro romanzetti. Cos’è l’epica? E perchè io non sono uno scrittore epico? Innanzitutto, perché non ho ancora pubblicato un libro che sia uno. Poi però, quando uscirà il mio romanzo, anch’io potrò fregiarmi del titolo di scrittore epico come ha fatto Lucarelli su Ttl di sabato, accogliendo la masturbazione di gruppo proposta da Wu Ming? Sì, io pure sono uno scrittore epico, perché vado a ritroso nella storia italiana e, guarda un po’, proprio all’anno della caduta del Muro, periodo in cui il Kollettivo fa cominciare il new italian epic.
Camilleri è uno scrittore new epic. Ah ah ah. Cacucci, anche lui new epic. Ri-ah-ah-ah.
Che vuol dire? Allora anche Baricco è uno scrittore new epic, basti ad includerlo il lungo brano dedicato alla disfatta di Caporetto presente in ‘Questa storia’.
Teoria di Wu Ming:
“Queste narrazioni sono epiche perché riguardano imprese storiche o mitiche, eroiche o comunque avventurose: guerre, anabasi, viaggi iniziatici, lotte per la sopravvivenza, sempre all’interno di conflitti più vasti che decidono le sorti di classi, popoli, nazioni o addirittura dell’intera umanità, sugli sfondi di crisi storiche, catastrofi, formazioni sociali al collasso. Spesso il racconto fonde elementi storici e leggendari, quando non sconfina nel soprannaturale. Molti di questi libri sono romanzi storici, o almeno hanno sembianze di romanzo storico, perché prendono da quel genere convenzioni, stilemi e stratagemmi.”
Sì, Baricco è epico, ma non viene citato. Perché? Perché boh. Valerio Massimo Manfredi? Epico anche lui, ma boh. ‘Gomorra’ però è epico. Perché? Perché è un libro metamoderno, allora ce lo mettiamo, così siamo metamoderni pure noi. (’Gomorra’ è però un gran libro, ‘54′ una merda - per dire, eh). ‘Hitler’ di Genna è un libro metamoderno. Vorrei che l’autore accogliesse questa mia definizione come la più azzeccata (lo è, fidatevi). Però non voglio che poi se la tiri.
Non so. Mi pare deprimente che uno debba mettere un’etichetta a quello che ha scritto, scrive, scriverà. Come se volesse far parte di qualcosa perché nessuno lo ha ancora messo in qualcos’altro. Mettiamola così: quando il mio romanzo uscirà, spero che non venga definito new-epic, e nemmeno realista, o neo-comunista, verista, post-moderno, post-coitale. Spero che sia un buon libro da leggere. E basta. Non vorrei mai far parte di un club che accettasse fra i suoi soci uno come me. E, se proprio dovessero crearmelo ad hoc, poiché il mio romanzo è ambientato per buona parte in fabbrica, spero almeno che venga definito meta-lmeccanico.
La squadra di Governo è pronta.
Come al solito, sono stato ignorato.
Non sono importanti le stagioni e dire che il tempo è passato. Sono importanti gli occhi che ti hanno guardato, le volte che hai creduto che tutto potesse essere grandioso.
Vivere ha il suo sapore.
Non sono importanti le frasi che hai detto - il più delle volte erano stupide. Non sono importanti le somme e le sottrazioni, quanto hai dato e quanto ci hai perso: se pensi alla vita come a qualcosa di matematico, allora non ti basterà quella che vivi perché sarai sempre un idiota.
Neanche la gente che hai perso di vista - nemmeno quella è importante: se l’hai persa di vista è perchè così doveva andare, mica era scritto nelle stelle: non c’è scritto niente, nelle stelle.
Rivedere un ex amico o un’ex fiamma, dire: quanto sei cambiata, sentirsi dire che non sei cambiato. Serve? Sì, se sei tanto scemo da misurare la vita solo sulla superficie, allora ti serve. Cosa resta? Parlare del tempo. Non c’è niente di male. Piove o c’è il sole. Va così. Se rivedi qualcuno dopo tanto e riesci a parlarci solo del tempo che fa, significherà qualcosa, no?
Perciò non dannarti l’anima, tira dritto, c’è la vita di oggi, mica com’eri a quindici anni.
Ma a volte fa male, te lo concedo. Quelle volte, quando arrivano, fai così: prendi la mano della tua donna, e baciala dalle dita fino alla spalla, come Gomez con Morticia. Funziona. Se però non hai nessuno a cui baciare le braccia, forse hai sbagliato qualcosa. Ma non allarmarti, non sentirti brutto, inutile.
Devi solo ricominciare.
Quando in libreria una fila di libri è più alta di altre, ovviamente significa una di queste due cose: o sta vendendo di brutto e non fanno che rimpinguarla, o nessuno lo compra. Ieri mi è accaduto di vedere alla Mondadori questo romanzo di Andrea Cisi in una fila ancora ben alta e intatta, assai poco considerata. Mi è dispiaciuto, perché io ce l’avevo a casa e lo stavo leggendo, l’ho letto e terminato, e secondo me è un gran bel libro. Cronache dalla ditta, Strade Blu Mondadori, è un romanzo divertente perché è un romanzo triste: parla della fabbrica, delle ore snervanti a lavorare su pezzi di cui non te ne può sbattere di meno, dell’ambiente difficile, della condizione dei precari nell’Italia che produce e viene presa a calci in culo. Però si ride parecchio, nonostante lo squallore del posto. Ci sono personaggi veri e i dialoghi son fulminanti.
Spesso mi sono lamentato che in questo Paese mancasse una letteratura di riferimento per la classe operaia. Ora c’è questo libro, che ha una trama episodica: un anno di vita di un trentenne nella Bassa, fidanzata precaria, gatto chiacchierone, e soprattutto quel suo noioso lavoro sulle termocoppie, alienante epperò reso divertente dal piglio bukowskiano con cui Cisi mantiene la narrazione. Spesso mi sono lamentato, dicevo, ora c’è questo libro apparentemente leggero che, secondo me, racconta più la nostra epoca di un trattatone sociologico di cinquecento pagine scritto a quattro o sei mani. Leggetelo.
ll mio vicino di casa, ieri alle 10 di mattina, per la prima volta da quando abito in questo condominio, è venuto a suonare al mio campanello. Ho guardato dallo spioncino e ho stentato un attimo a riconoscerlo. Ho aperto la porta, ho detto: “Buongiorno.”
Lui mi ha chiesto se volevo mi comprasse le sigaretta giù al tabaccaio.
Immaginate il mio stupore. Ho pensato che fosse ubriaco, che avesse bisogno di un amico, cose così. “Non fumo, grazie” gli ho risposto.
Lui ha annuito, ha salutato ed è sparito giù per le scale, lasciandomi basito.
Ho cercato di scordare l’episodio, o almeno di non pensarci. Ho fatto le mie cose, intanto il tempo è passato.
Alla mezza sento che mi suonano di nuovo alla porta. Occhio sullo spioncino, toh, era di nuovo il mio vicino. Pover’uomo, ho pensato, deve essergli successo qualcosa di grave. Ho aperto.
Lui mi ha chiesto se avessi cibo a sufficienza, per pranzo.
Io son rimasto con la bocca aperta per un paio di minuti, tanto ero stupito. “Sì” ho risposto.
Lui, mica tanto convinto, ha di nuovo annuito, ed è entrato nel suo appartamento.
Mi sono proprio preoccupato. Altroché pover’uomo. Questo mi sa che è pazzo. Ho chiuso la porta dando tutti i giri di chiave possibili alla serratura. Poi contro la porta ci ho messo una poltrona bella grossa, non si sa mai.
Alle 17, ecco che mi suona il citofono. Vado a rispondere, un tantino inquieto.
Era proprio il mio vicino, diobbono!
Mi ha chiesto se mi serviva qualcosa, tipo carne o uova, ché lui stava giusto andando a fare la spesa.
Ho cominciato a sudare, lì con la cornetta del citofono in mano. “Ho già tutto, grazie” mi è uscito di dire.
Allora mi fa: mi hanno detto che lei è del Toro, vuole che le compri il biglietto per Toro-Napoli di domani pomeriggio? Così si svaga un po’, almeno.
E io: “Adesso basta, signor vicino, come si permette??? Perché si ostina a volermi fare l’elemosina???”
Lui ha aspettato un po’, lì sotto, dopo mi fa: “Eh, sa, stamattina smanettavo su internet.”
“Allora?”
“M’è caduto l’occhio sulla sua dichiarazione dei redditi del 2005. Così ho pensato che invece di aiutare il Terzo Mondo…”
Sam ha sedici anni e una smisurata passione per lo skateboard. Il suo mito è Tony Hawk, il più grande skater del mondo. Lui lo adora, ha il suo poster in camera, gli parla, si confronta con lui. E a chi se non al proprio eroe si possono raccontare le paure, le ansie, i problemi? Forse a una mamma come quella di Sam, giovane, carina, comprensiva? No. Del resto, però, lei è una mamma davvero speciale e molto vicina al figlio, visto che lo ha avuto a sedici anni. E proprio a quella stessa età Sam conosce Alicia, con la quale è amore a prima vista, un amore come se ne vivono solo a quell’età. Ma, proprio quando il rapporto si sta ormai sfilacciando, Alicia scopre di essere incinta…
Tutto per una ragazza (Guanda) certamente non è il miglior libro di Nick Hornby, anche se la capacità dell’autore di tener desto l’interesse e di sviluppare situazioni davvero esilaranti lo rendono un romanzo di discreta fattura. Su tutto, i capitoli dedicati alla fuga di Sam ad Hastings credo che possano competere con le migliori scene dei suoi primi romanzi: si ride, si ride per l’assurdità della situazione e la giocosa nevrosi dei dialoghi, nei quali lo scrittore inglese resta uno dei maestri contemporanei. Un’annotazione sul titolo: in originale era Slam, in italiano è stato tradotto in maniera più ammiccante per il potenziale compratore teenager, però è un titolo poco fedele alla storia narrata.
Comunque, le ore passate leggendolo sono davvero piacevoli.
Ciao.
Ciao.
Ma a cos’è che serve il perfect day della Holden?
C’è un sacco di scrittori, c’è.
Ah. E che si fa?
Te vai lì che non sai scrivere, ed esci con Il Grande Romanzo Italiano sotto il braccio.
Davvero?
Certo! Appena che entri lì, da merdoso imbrattacarte che eri, ti trasformi tipo in Pirandello, oppure tipo in Baricco, dipende.
E come funziona?
Che c’è otto aule per centotrenta studenti per centocinquanta euri. C’è poi otto docenti-scrittori che sono il plus ultra della letteratura italiana: c’è Baricco, c’è Lucarelli, poi Carofiglio, poi Starnone, LA MAZZUCCO!, Veronesi, Scurati, poi un altro che non mi viene in mente, forse Rummenigge.
Però!
Eggià, tutta gente studiata, che ti può dire, per esempio, che la narrazione non è un pranzo di gala.
Però!
E poi te fai le domande e loro ti dicono le risposte. Gente evoluta, che credi? Lasciamo stare che mica sono venuti a Torino aggratis, quello è normale, tutte le puttane si fanno pagare in anticipo, perchè loro non dovrebbero?
Capito. Ma cos’è che spiegheno?
Sei propro allocco, te, neh! Non lo sai? Come diventare bravo scrittore in un pomeriggio, ti spiegheno! Te ruoti nello otto classi e passi da uno all’altro, così impari otto cose in più che prima non sapevi, e ogni cosa in più che impari costa circa venti euri, più il trasporto che è a carico tuo.
Ah ecco.
Per esempio: Baricco dice: “Per diventare grandi scrittori, dovete imparare le preposizioni semplici: la prima è DI. Ora passo la parola al mio collega nell’altra aula.” Te ti sposti, e per esempio Scurati, ti dice: “La seconda preposizione semplice è A. Adesso passo la parola al mio collega nell’altra aula.” Allora la classe si sposta nell’altra classe e trova tipo Starnone. Che ci dice: “La terza preposizione semplice è DA. Ora passo…” eccetera. Così, alla fine della fiera, TE SAI TUTTE E NOVE LE PREPOSIZIONI SEMPLICI! Grazie a questi luminari!
Ma se sono otto docenti, com’è che ne impari nove?
Epperché una te la regalano! Anche se in effetti TRA e FRA sono la stessa cosa, ora che ci penso… Comunque sei proprio ignorante!
E il romanzo quando lo scrivi?
Appena che esci di lì sei così pieno di preposizioni che arrivi a casa e le vomiti nel computer, eppoi ti unisci le preposizioni, metti qualche verbo, due nomi, infili qualche virgola a cazzo E HAI SCRITTO UN ROMANZO!!! Tutto per merito loro!
Capito. E ti aiutano a pubblicarlo, anche?
Ma certo che sì! E’ tutto compreso nel prezzo! La Holden, quando che esci dal corso, ti fornisce tutti i numeri di telefono delle Case Editrici Mondiali, caso mai che non vuoi pubblicare la tua merda solo in Italia!
Wow!
Basta che al telefono dici: “Guardi che io ho fatto il perfect day, ho fatto!” E allora ti pubblicano anche senza leggere quello che scrivi!
Epperò! Perloppà!
Eccerto. E avvolte capita pure che pubblichi con Besa Editore!
Ah, però!
Eccerto! Ora devo andare.
Dove vai?
Vado a iscrivermi al perfect day two, che si terrà l’anno prossimo. Altrimenti poi non c’è più posto e finisce che non divento un grande scrittore italiano!
Ciao!
Ciao!
Dopo dura riflessione, Silvio Berlusconi ha affidato le sorti di Alitalia ad un rampante e preparatissimo, oltre che colto, manager di Telecom, Luca Luciani.
Luca Luciani ha accettato l’incarico con la sua solita grinta imprenditoriale: la sua capacità di motivare dirigenza e maestranze farà fare un bel salto di qualità alla compagnia di bandiera.
Stamani, si è personalmente occupato della tratta Roma Fiumicino-Torino Caselle, con questo risultato:
Sono alla fine di questo. Intanto è uscito il libro di Franz. Fazi anche lui, molto casualmente. Lavoro su FDSE, ma ho già in mente il secondo romanzo. C’è una storia, da qualche parte dentro di me, che vuole farsi raccontare da un po’. Alto è il timore di svilirla sulla pagina. Però: cos’ho da perdere, dal momento che scriverò per tutta la vita? Se non verrà bene, c’è sempre un’altra storia.
Per tenere il ritmo, sto leggendo Selby jr. Tutto ciò che ha scritto quell’uomo si è nutrito di ritmo, mai un momento di stanca, sempre vai e corri e grida e muori fino alla prossima scena, in cui tutto si ripeterà. Una valanga al primo sole.
Ho sbirciato questo e questo. Libri osannati carichi di nulla. Il primo, troppo americano, non ci riguarda, coi suoi reverendi, e i figli dei reverendi, il presbiterio, la ferrovia ecc. Nel secondo, un’investigatrice bambina che muore e resuscita in video: rottura di cojones. Spero nel nuovo Powers, in arrivo dai tipi di Segrate.
Stasera vado alla fiaccolata del 25 Aprile. Domani qui in piazza c’è Grillo, magari faccio un salto. Vi stimo.
Il gesto del mitra di Silvio Berlusconi. A una giornalista russa. La quale aveva appena fatto una domanda a Putin, noto mandante di assassinii di giornalisti russi. E poi lei si mette a piangere. Poi dopo Silvio dice che scherzava. Poi quelli che l’hanno appena votato si imbarazzano. Poi però va tutto bene. Che è solo Silvio il coglione. A cui i due terzi degli italiani non presterebbe la macchina, ma che fa il pieno di voti. Tanti voti a Silvio significa che è un grande leader, un grande comunicatore come si ostinano a dire da tutte le parti giornalisti e giornalai, oppure testimonia semplicemente della pochezza che sta a sinistra? Ma quale sinistra, se si è buttata con disperazione al centro? Bertinotti è - era - la sinistra? Così posato e così upper class? Con quella erre moscia e la carta di credito che striscia in via Condotti? Possibile? O la sinistra è Turigliatto, che dice che così non va bene e che però mica ti spiega com’è che potrebbe andare bene (la sinistra d’opposizione storica all’italiana, palla al centro e speriamo nel ritorno…)
Il gesto del mitra di Berlusconi, per me, vuol dire che lui ora può permettersi tutto, ma proprio DI TUTTO, ché dalle urne ha guadagnato ancora più spocchia di quanto già non ne avesse di sua. Magari la giornalista russa piange un po’, ma sotto sotto a noi fa ridere.
Evitiamo notti da lunghi coltelli, quello che avevo da dire ora si sa. Certa gente non vale manco la pena.
Poi ci siamo vestiti e siamo andati a votare. Dice Carlottina che quando entra nella cabina per esprimere il suo voto, le tremano sempre le ginocchia. Io penso che sia una cosa molto bella, che la gente in generale, dico, abbia questo rispetto per le Istituzioni. Il fatto democratico si esprime, in Carlottina, facendole tremare le ginocchia. Questo è qualcosa di unico, dico io. Questo è qualcosa di civile e immenso, che è più grande del voto in sé, più grande di chi poi vince, più grande di noi - quando l’uomo si emoziona ancora per le cose che ha inventato, voglio dire. Come quando mi portano al tavolo la pizza, più o meno.
L’altro giorno mi scrive uno della Scuola Holden, uno dei loro immotivati insegnanti. Mi dice che legge il mio blog tutte le volte che può, poi mi invita al Circolo dei Lettori a seguire un dibattito su non so quale prerogativa intrinseca e rinsecchita nel romanzo moderno - l’invito era per lunedì passato. Soprattutto, data la mia vis polemica, gli farebbe piacere che contribuissi con qualche mia uscita cervellotica alla discussione dopo il dibattito (discussione dopo dibattito: come cagare dopo la diarrea). Io gli dico Perché no? Dimmi solo l’orario giusto, ché se è preserale non ce la faccio ma se cade per le 21 ci sono. Quello mi sparisce, non risponde, s’eclissa, il mondo se l’è scippato e l’ha restituito tutt’intero all’anonimato suo. Poi vado a rileggere il mio blog, cosa che pure lui deve aver fatto dopo avermi invitato, e scopre/scopro tutte quelle cose umorali e sanguigne che ho scritto sulla Holden e su Baricco nello specifico, post che non mi sognerei mai di cancellare. Oppure avrà scoperto qualche altro affare losco e irripetibile sul mio conto che ora proprio non riesco a grattuggiare. Tant’è, nessuno si fa più vivo. Mi son perso ‘la discussione dopo il dibattito’, e ‘il dibattito prima della discussione’. Peccato, dolore grandissimo dentro di me, monta e monta tanto che ci sto male .
No, solo per dirvi di ricontrollare i vostri post antichi, ogni tanto. Potrebbero saltar fuori certi scheletri, che poi vi fanno perdere roba bellissima tipo una serata al Circolo a parlarsi addosso.
Io non lo so com’è che si scrive una grande recensione però ci tenevo a dire che questo libro qui ti fa venire voglia di scrivere una grande recensione con tutte le parole belle e giuste che facciano capire a chi legge questa recensione qua che questo libro è proprio da andarlo a comprare subito e poi sdraiarsi a letto o sul divano spegnere tutto cellulari tv e piazzarsi lì a leggere di quando Gesualdo Bufalino ha raccontato all’autore di questo libro la trama di una storia che non ha fatto in tempo a scrivere ché un brutto incidente se l’è portato via allora questo suo giovane amico anche lui siciliano e scrittore si è messo in testa Capablanca si è messo in testa Capablanca si è messo in testa Capablanca e la storia che Bufalino gli aveva raccontato quella di un campione di scacchi che passa la seconda metà della sua vita in attesa di una rivincita che il suo rivale russo non gli vuole concedere e c’è una certa Europa e una certa America in quei fatti a ridosso delle guerre che fanno gli uomini per pretendersi re chissà di che c’è Cuba e la natura incontaminata dell’infanzia i compromessi e la vigliaccheria dell’età adulta e il coraggio che ti viene prima della fine lo scrittore di questo libro si chiama Fabio Stassi il libro è La rivincita di Capablanca lo pubblica quella fucina di eroi che è Minumum Fax vi riporto una frase di Stassi che secondo me ce la dice lunga sul talento dell’autore e sulle cose che ancora ha da raccontare la frase é “La solitudine gli ronzava nelle orecchie come una marea” già solo una frase così ti fa venir voglia di dire grazie Fabio Stassi di esistere spero che corrano a comprare il tuo libro non per farti ricco ma per avere qualcosa di bello a casa da mostrare agli amici un libro un grande libro di duecento pagine che ha dentro una frase come la solitudine gli ronzava nelle orecchie come una marea e poi quest’altra “La chiave di tutto era nell’ansia di una metamorfosi, nel sogno dei pedoni di diventare regina” dove c’è il gioco e c’è la vita e c’è la speranza e c’è la lotta e a volte anche la resa purché dignitosa e poi c’è tutto il resto che non si può dire perché di quello che si può dire ho detto quasi tutto.
Dal Fink:
“Anche se il pittore Christian Schussele ha un po’ esagerato nel suo quadro Washington Irving and his Literary Friends at Sunnyside (1863), dove, tranne naturalmente Melville e Poe, tutti gli scrittori grandi, medi e piccini del periodo appaiono accanto all’autore dello Sketch Book, è pur vero che Melville e Hawthorne erano amici, che Thoreau fu a lungo segretario o tuttofare in casa Emerson, che gli Hawthorne affittarono una casa dagli Emerson e ne acquistarono poi un’altra dagli Alcott, che il suocero di Melville viveva a pensione dalla madre vedova di Emerson…”
C’è ben poco da dire, circa questo libro (Adelphi). Veramente puerile la forma, scontata la trama, stereotipati tutti i personaggi.
James si pone come un Holden moderno nella New York post 11 settembre, ha 17 anni, non sa che cosa fare nella vita ed ha, ovviamente, un cattivo rapporto col mondo. I suoi genitori, ricchi e divorziati, lo dirottano da Adler, una psicologa noiosissima: le sedute tra il ragazzo e codesta luminare dei cervelli sono troppe e, nel complesso non complesso della storia, inutili poiché nulla disvelano - tranne una latente omosessualità del giovane, ma è cosa che si capisce presto - appena racconta del direttore della galleria di proprietà della madre, tale John, anche lui, guarda un po’, assai gaio -. Non c’è evoluzione nella storia (anche se si tratta di un aspetto che non privilegio, come già scrissi), non c’è stile, questo Cameron - che vende forte - dimostra solo di aver capito un paio di cose in più rispetto ai suoi colleghi, ossia che puntare sull’infelicità giovanile e sulle ingiustizie del mondo adulto - mettici pure la morte della nonna (unica a capirlo, naturally!) e una sorella rompipalle - può far vendere benino, a patto che si ambientino le storie nell’upper class.
Non so perché l’ho letto, ma l’ho letto su consiglio del mio editor - quindi sono abbastanza perdonato.
Giudizio: Mah…
Oggi ho letto un libro.
Adesso vi spiego una cosa. Diciamo così: del perché certi libri non dovrebbero mai essere pubblicati. Ma soprattutto: scritti e letti. Io l’ho letto, mi è stato chiesto dall’autore e l’ho letto. All’autore avevo promesso una recensione. All’autore, che è stato tanto cortese da spedirmi il libro a casa, dico che il suo romanzo è pessimo. Dunque. L’autore è Claudio Martini (Writer), il libro s’intitola I racconti del ripostiglio e l’editore è Besa. Besa non è un grosso editore, ma non per questo io sono partito prevenuto, non ho pensato ‘piccolo editore, piccolo scrittore’. E’ però interessante notare che più l’editore è piccolo, più i libri pubblicati da codesto editore sono brutti. Fateci caso.
Di cosa trattano questi racconti del ripostiglio? Di un ripostiglio, appunto, nel quale il protagonista della storia, o il suo comune denominatore visto che i protagonisti mutano, entra e trova, appunto, questi racconti, non si sa di chi e perché, ma è nel ripostiglio, appunto, di casa sua, appunto, che Giovanni trova i racconti del ripostiglio (appunto). Scava e scopre racconti, e i racconti vengono riportati nel libro che, dunque, non è un romanzo ma non è nemmeno una silloge, è un ibrido. Le vicende si muovono in ambienti magici e misteriosi, protagonisti donne, uomini, dee, venditori, condannati a morte, eroinomani. Le storie si intersecano. Chi le ha scritte? Giovanni vorrebbe scoprirlo (noi mooolto di meno già da pagina 20), ma tant’è che il nostro viene contattato direttamente dall’autore, con un messaggio, e il messaggio spinge Giovanni nel gioco, nella caccia al ‘tesoro’; ad aiutarlo, sexy-virgilio in gonnella, Monica la tonica… disvelamento finale, fuochi e palloncini, poco sesso e 176 pagine veramente inutili si riaccomodano nel ripostiglio. Emmenomale!
Non avesse avuto una trama, sarebbe stato un pochino divertente, ma Martini ha voluto ficcarcela a tutti i costi. Lo stile dell’autore, invece, è presto spiegato, basta estrapolare un brano:
“Gira il sugo, apparecchia la tavola, mette su la pentola con l’acqua per la pasta, estrae due fettine di carne dal frigo, le cosparge di erbe aromatiche, versa un goccio d’olio nella padella. Prepara la cena con cura, come se volesse farsi perdonare un peccato che neanche lui riesce a mettere a fuoco, ma che sa di aver commesso.”
Ehm. Ora: questi dettagli, esattamente, a cosa servono? Se vogliono farci capire che Marco (il protagonista dei racconti e non del romanzo, quello é Giovanni, come ho detto) sta preparando una cena con cura, allora perché deve poi specificarlo, che sta cucinando con cura? A parte che ‘mette su la pentola’ non si può leggere in un testo narrativo, ma la banalità del sugo girato? Delle fettine (di carne, eh!) ESTRATTE dal frigo e COSPARSE di erbe AROMATICHE cosa possiamo dire? L’olio nella padella, invece, fa la sua porca figura. Ma attenzione: Marco sta cucinando COME SE VOLESSE FARSI PERDONARE un peccato che neanche lui riesce a mettere a FUOCO… Mettere a fuoco un peccato mentre cucini per farti perdonare ha molto a che vedere con i fornelli ma assai poco con un testo narrativo.
Altro brano:
“Eppure, fino alla settimana scorsa, avrei dato due dita della mano per vederla, per poter passare una notte con lei, per poter coprire il suo corpo bruno e tiepido con il mio petto, con le mani, con la mia lingua impaziente.”
Ehm, cioè. Lasciamo perdere la profonda mielosità dei concetti espressi. Lasciamo perdere che la sua ‘lingua’ è ‘impaziente’ (gliela vuole leccare, via!) Però: attenzione. Là dove nel presupposto della frase egli afferma che avrebbe dato DUE DITA DI UNA MANO pur di possederla, non può, tenuto conto del presupposto, poi pretendere anche di coprire il suo (di lei) corpo bruno e tiepido CON LE MANI, quelle stesse mani le cui dita, andiamo a rileggere, si sarebbe fatto mozzare PROPRIO per toccarla! La frase giusta sarebbe stata questa (o almeno quella sensata): “… avrei dato due dita della mano per poter passare una notte con lei e con quella stessa mano dalle dita TRONCHE sfiorare (e lordare di sangue) il suo corpo bruno e tiepido ecc.” Cioè, fa sempre schifo ma è più sensato.
Insomma, come avete potuto constatare (ma è pieno di indizi tutto il libro) le piccole case editrici restano piccole se:
A) Pubblicano certa roba
B) Non fanno l’editing ai testi che pubblicano (oppure, se lo fanno, qui non c’è traccia)
C) Pubblicano certa roba senza fare l’editing.
Perciocché:
A) Un dilettante è uno che non ne vuole sapere di diventare professionista
B) Un dilettante si diverte a scrivere proprio perché dilettante
C) E’ ingiusto che il dilettante poi pretenda che qualcuno compri, legga e ben recensisca un libro da dilettanti, a meno che non sia anch’esso compratore, lettore e recensore dilettante (tutto tornerebbe, nel caso).
A Martini consiglio di lasciar perdere se si prende sul serio e di continuare se vuole farci ridere.
Andate qua, e che altro aggiungere? Guardate e riguardate. Grazie a Phonkmaister per averlo messo su.
PS C’è di nuovo!
E poi c’è la questione dei nostri errori, quella sensazione di sporcizia che ti si spande dentro in vuoti e malinconie - e poi una rabbia cagna e bastarda che ti sveglia la notte, quella da nocche contro i muri e urla trattenute. Come fobici, come bestie malate nel recinto, giriamo in tutto quel morire, sconfitti, depredati, frantumati in piogge di vetro opaco. Nel mondo, siamo a milioni, ma non ci frequentiamo, non ci parliamo, non ci sapremmo riconoscere nemmeno sbattendoci contro in continuazione: e più non ci riconosciamo e più ci maltrattiamo tra noi, mentre gli altri siedono dove avremmo potuto sederci, si vestono dei nostri abiti, parlano le nostre parole e ci ridono in faccia. I nostri errori come tette al peep show, come tagli di carne scadenti sul bancone del macellaio. I nostri errori ad inseguirci nelle mattine troppo fredde appesi ai sedili della metro con le valigette accanto ai piedi, mentre andiamo a vendere o a comprare disgrazie. O ficcati con noi nelle nostre tute blu quando alle sei suona la sirena del primo turno, i macchinari oliosi, l’ultimo sangue versato ancora sulla pulsantiera. Sono con noi davanti ai professori, in atenei polverosi, a metà aprile, quando vorresti scappare dappertutto ma l’unico luogo che ti puoi permettere è un esame di filologia romanza con questo vecchio cazzone bavoso chino sul suo libraccio in dodicesima ristampa.
C’è la questione dei nostri errori, da dove non si torna.
Tornano Mattia e Giada, con una storia che riprende da dove si era conclusa per raggiungere sviluppi ed esiti inattesi. C’è ancora la scuola di Amici, con le sue dinamiche e i suoi personaggi, alcuni dei quali ispirati ai ragazzi della nuova serie. C’è l’amicizia, l’amore, la gelosia, la passione, la difficoltà delle scelte, le emozioni e le paure del diventare adulti. C’è anche il sogno ovviamente. Un sogno ancora più grande, più travolgente, di quelli che danno un senso vero alla vita…
Una prosa tragica, trionfale, succinta, eroica, mitologica a tratti, sicuramente asburgica nel complesso delle idee evocative di mandi e rimandi, tra Proust e Cuccureddu (per non scomodare Wuererzaier primo periodo); dialoghi crepitanti, croccanti, smadonanti, a più riprese grondanti sperma vocale, personaggi che neanche Baldambembo nelle sue canzoni più riuscite (su tutti, l’immagine sorniona e apocalittica del professore obeso di ginnastica Aritmica); la corsa disperata, i ricambi d’amore, lo splendido scenario della trasmissione cult televisiva, il ritratto qua e là maschiettistico del femmineo per eccellenza (la talentuosa e mammellodotata Maria Defilippi), i balli e gli abbracci, le donne, i cavalier, l’armi e gli amori, sontuosamente al servizio di due penne d’acutissima nettezza narrativa (ma anche questa volta, forse più bravo Zanforlin di Sfondrini, per via della solita sua capacità di render la figura di Mattia più eteroomopiacente); tra Billy Elliot e il burro di Ultimo tango a Parigi, una lucida disamina sul mondo dello spettacolo e dell’informazione che neanche Quarto potere, tra sogno e sconfitta, tra Gianni e Pinotto, tra cielo e terra a miracol mostrare!
Punta dritto allo Strega, questa volta, lo straordinario duo della nostra Letteratura più alta (Scurati è avvisato), e che importa se nemmeno ora il plauso dei critici indurrà questa massa di ignoranti ad acquistarlo, relegandolo, come già il capolavoro precedente, a un destino da remainders. Viva l’arte per l’arte! Viva Sfondrini&Zanforlin!
Giudizio: CAPOLAVORO!
Tre vite al centro nel nuovo romanzo di Van Straten, La verità non serve a niente. Quella di Nicola, un vecchio scrittore-traduttore che vive ritirato dal mondo; quella di suo figlio Bernardo, uomo politico dimissionario; e quella di Valentina, giovane giornalista che, stanando Nicola, tenta di scoprire i retroscena delle dimissioni del figlio. L’indagine ci riporta indietro nel tempo, nell’Italia spezzata del ‘43, coi suoi misteri e le sue vergogne…
Libro oscenamente brutto, scritto con la penna nello sfintere, il ritorno alla narrativa di Van Straten si spera sia anche il suo congedo e che, d’ora innanzi, il nostro si occupi un tantino di più di ‘Nuovi Argomenti’ di cui è direttore e meno delle proprie velleità artistiche, enormemente scadenti. 200 pagine da tirargliele in testa assieme a mattone finisciuomo.
Giudizio: Lasciate perdere!…
Le donne sono diverse da in piedi e da sdraiate.
Miamoglie è una persona molto posata, elegante, ha un sorriso che scioglie le nefandezze nel mio sangue. Ha un tono di voce molto deciso, ma non è cattiva mai: solo molto ordinata, educata, io la chiamo guglielmina quando fa come fa. Ma ha un cuore di passerotto e piange in lacrime sincere per le troppe cose brutte e vere che ci raccontano al Tg. Le piace l’arte del ‘500 e lavora in un museo che, se a Torino lo nomini, abbassano tutti la testa, sentendosi caccoline. Nessuno le ha regalato niente: per pagarsi l’università vendeva surgelati per telefono e prima seguiva uno di quei bambini che le babysitter le trattano come merde. Per andare a lavorare si spostava in autobus da una parte all’altra della città, un’ora a tragitto, d’inverno stava tutta infagottata nel giaccone e non parlava mai.
Io, se miamoglie non fosse miamoglie, penso che al mondo ci starei lo stesso, ma il mondo sarebbe solo una serie di cavalcavia in automobile, su e giù, su e giù, la nausea ogni minuto e mai una piazzola per rinfrescarmi.
In piedi è guglielmina, da sdraiata si fa piccola e gli occhi sembrano diventarle enormi nel viso scuro e addolcito dal sonno. Sbadiglia anche lei come tutti, e qualche volta la notte russa - non forte ma russa -, e mentre dorme fa sogni di cui al risveglio riesce a ricordare ogni dettaglio (come il personaggio di quel racconto di Carver). Io l’ascolterei tutto il mattino - una volta con le donne ero impaziente. Forse sono cambiato io o mi ha cambiato lei.
Miamoglie, non fossi suomarito, vivrebbe lo stesso. Tutto sarebbe okay. Solo non avrebbe il mio amore e ogni cosa - amicizie, lavoro, aspirazioni, scelte - avrebbe dentro una piccola pallina di vuoto cosmico ineluttabile, e in quel vuoto ci sarebbe il nostro amore disperso nei soffi siderali, a mancarci come il finale di un gran film.
Ai giornalisti in sala! Un momento d’attenzione! Vi ricordiamo che, quando intervistate uno scrittore
-non dovete per forza dimostrare che siete stati più bravi di lui a capire quello che ha scritto;
-le vostre domande non devono contenere parte della risposta, altrimenti che cazzo le fate a fare?;
-sarebbe ideale non intervistare nessuno via e-mail, nemmeno uno scrittore muto o sordo o sordomuto e mezzocieco;
-l’intervista non deve essere intesa come rito masturbatorio reciproco tra giornalista e scrittore;
-riempire le domande di citazioni e rimandi può farvi sentire dei grandi intellettuali, ma considerate che la stragrande maggioranza dei vostri lettori vi legge dalla tazza del cesso;
-un’intervista è un’intervista è un intervista, altrimenti scrivete un libro e poi aspettate un giornalista stupido più o meno quanto voi per chiudere il cerchio;
-non tutti i cerchi son fatti per essere chiusi, ma esistono per la bellezza loro intrinseca di non esser cerchi chiusi.
Grazie e buon lavoro.
Ho conosciuto Fausto Leali due gennai fa. Avevamo, non so perché, un amico in comune, tale scrittore Umberto Pandanetti - scrittore che mi pare non abbia pubblicato mai nulla tranne i suoi biglietti da visita molto colorati su cui stava scritto, appunto, Umberto Pandanetti, Scrittore, Numero di cellulare. Del perché poi uno debba stamparsi biglietti da visita del genere lo chiederò ad un vero scrittore, il giorno che l’incontrerò.
Tale Umberto era pazzo e ossessionato da sé. Si peritava sempre di sottolinearlo, che era pazzo e pazzo per sé. Muoio giovane, diceva sempre, muoio giovane! E’ ancor vivo, a tutt’oggi, ch’io sappia, e vende prodotti per il cesso intantoché produce il suo Finnegan’s. Vabbé. Comunque s’era amici, io e lui, tempo fa: incontrati non so a quale convegno sulla morte della critica, o sulla critica della morte - torna bene comunque, il concetto, per me. Due battute, un vermuttino, ed eccoci amici. In sintonia, poi, ch’entrambi si era autori impubblicati ma di ‘lungo avvenire’. Parlammo di donne soprattutto, e dei mali estremi della vita, di come fosse assai difficile e complessa questa cosa di sfangarsela con l’affitto ogni dieci del mese. E di cavalli. Entrambi si giocava ai cavalli - ma questa qui, coi suoi dolori, è un’altra storia che magari vien buona per quell’altra volta in cui, anziché impiccarmi, sceglierò di star su con un altro pezzo.
Torniamo al fatto: si diventò amici. Poi sai, lui mi disse la terza o quarta volta che ci vedemmo, io, non già per metter le fatidiche mani avanti, disse, m’andasse male con la prosa posso buttarmi sulle canzonette, mi disse, che io conosco Fausto Leali! Orco mondo, faccio io! Fausto Fausto? Fausto! fa lui, siamo amici dai tempi che furono! Bestiale, feci io, cazzo di culo che c’hai! Conoscer Fausto Leali non è da tutti, penso io, questo Pandanetti mi è una miniera d’oro, mi è! La prossima volta che ripassa in città, mi disse quello, sta a vedere che te lo presento. Diobbono, faccio io, sarai un un vero amico se lo fai. Faccio faccio, disse lui, tutto compiaciuto. Poi riprese a dir che era pazzo e che moriva, lui, moriva giovane…
Giù e su, destra e manca, passano i mesi. Io e il Pandanetti siamo culo e camicia (e il vestiario era mio!) Insieme andiamo alle feste a ubriacarci, andiamo a puttane, andiamo a mangiare alla mensa dei poveri, andiamo alle corse, andiamo… boh, non so più dove s’andava, comunque s’andava. Ecco che una sera mi fa Domani viene in concerto Fausto! Fausto Fausto? Fausto! ‘rcoggiuda che emozione! Mi ha fatto avere i biglietti gratis, due, per me e te, pensa che amico! Culo!, faccio io, questo è culo! Il giorno dopo ci vestiamo assai bene, c’improfumiamo persino, e via!, al locale Lucefù, con l’accento proprio lì. Seratona, giuro! C’era tutta la città, tutti gli over cinquanta della regione, autobussate intere di fans dell’ultramitico Fausto. Un pienone così il Lucefù l’aveva fatto solo quando Fassino era venuto a regalare non so che targa al proprietario Lorenzo Botta, imprenditore non so di che ed ex pidduista. La ressa! Il vociare! Le dentiere che tremano come lampadari al vento! Poi sul palchetto sale un chitarrista, attacca un arpeggio, s’abbassano le luci e oplà, dallo sfintere del mondo eccoti il Fausto Leali vestito di nero pece, con gli stivaletti di pelle col tacco, il microfono esclamativo in mano che butta fuori un: MA DOVE VA A FINIRE IL CIELO… e giù l’urlo delle vecchie arrapate e dei beoni col cancro al pancreas, io e Umberto in piena estasi da atleta dopato, il mondo tutto che par mezzo e mezzo con noi e Fausto Leali, porcatroia! E così per tre ore e mezza, le lacrime agli occhi, e io che aspettavo cantasse 24mila baci fino a che Umberto mi fa Che cazzo dici!, mica è sua!!! Poi alla fine lui butta fuori AAAA AAAA CHIIIII, vien giù persino Cristo a fargli l’applauso, e Fausto fa l’inchino, ringrazia non so chi, ringrazia Lorenzo Botta, manda un bacio che la matrona accanto a me si spacca un femore per acchiapparlo…
Ecco che Umbero parlotta con quelli del parterre, uno gli batte una mano sulla spalla, gli fa Vàllo a salutare! E io e Umberto si corre dietro al palchetto: come un Ercole, come un Minotauro, eccoti Fausto sudato marcio che beve una Sammontana, vede Umberto, lo abbraccia e dice Ciaoooo Carisssimoooo e Umberto quasi gli si genuflette, la testa tra gli zebedei. Sei un mito, gli dice Umberto. Questo qua è il mio amico che ti scrissi, allora Fausto porge la mano bagnata e io l’abbranco e gli dico Fausto, che piacere diobbono, è TUTTA LA VITA che sogno ’sto momento. Lui fa: Su non esagerare. E mi dà una pacca sulla spalla, ma forte che quasi cado. Poi uno della sua cricca se lo porta via, Fausto dice torno subito, poi torna mogio mogio e dice m’è morto il gallo, ci ero affezionato, m’è morto il gallo, noi facciamo ooooooh, lui scuote la zazzera umidiccia e dice a dopo, ma poi dopo non torna.
Gli è morto il gallo, a Fausto Leali, quella volta che l’ho conosciuto, due gennai fa.
Io e Umberto tornammo a piedi e c’era un bel caldo, mi ricordo, un caldo da star bene e Umberto mi fa Hai visto eh? Hai visto? Se non era per il gallo, una birra se la beveva, con noi! Eggià, faccio io, peccato.
Una sera, mesi dopo, tra me e lui finì a cazzotti per faccende di donne e biglietti scaduti. Ma ancora non si è ridotto, penso, a scrivere canzoni per Fausto Leali, ancora ci crede che diventerà uno scrittore, come dicono i suoi biglietti colorati.


