Mio fratello e Fabio Volo

Mi telefona mio fratello. “Ciao Chri!”
“Ciao.”
“Volevo dirti che ho appena finito di leggere l’ultimo di Fabio Volo!”
“Ah sì?”
“Quando l’ho richiuso ho pensato: ecco, è così che mio fratello dovrebbe scrivere per andare in classifica!”
“Ho capito.”
“Perciò è un consiglio che ti do: cerca di scrivere come Volo.”
“Okay.”
“Mi raccomando. Ciao!”
“Mi ha fatto piacere sentirti.”

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La famiglia vuota – Colm Tóibín – «vecchi e intimi legami»

Composto da nove racconti che hanno come temi centrali l’esilio e il ritorno, la condizione gay e il  peso del passato che non può essere sgravato dalle spalle dei protagonisti se non a costo di sacrifici drastici, il nuovo libro dell’acclamato scrittore irlandese Colm Tóibín (Booker Prize con The Master) è un canto di dolore rabbioso e impotente contro le convenzioni, quasi uno sputo di saliva acida addosso alla società. Società, in queste storie, inquadrata attraverso la lente di personaggi al limite di qualcosa: un innamorato che scrive lettere al suo ex, rammentando l’amore che fu (Uno meno uno), sperduto sotto «la velenosa luce della luna» e in un intrico di interrogativi senza risposta; una ricca e delusa vedova incontra a una cena lo scrittore che ammira, Henry James, sperando di poter rendere interessante e ‘narrativa’ la storia della sua vita in Silenzio, racconto la cui idea Tóibín ruba ai taccuini di James, «il tempo sarebbe passato e le loro azioni e sentimenti sarebbero apparsi come ombre di azioni e sentimenti, e anzi ancor meno di ombre»; il ritorno a casa di uomo dopo la morte dei genitori è l’innesco per il racconto che dà il titolo alla raccolta, tra la luce del faro e la «obbediente e convulsa solitudine delle onde» in cui il personaggio si (ri)specchia; Due donne è la storia del fuggevole ma intenso incontro tra due anziane che hanno amato per anni lo stesso uomo senza mai sfiorarsi, «Volevo scriverti quando è morto, ma non ho scritto a nessuno, e poi è stato troppo tardi»; altro amore finito in I pescatori di perle, in cui uno scrittore di romanzi e sceneggiature thriller rivede l’uomo con cui ha scoperto la sua omosessualità al college, e non sa comprendere se l’altro abbia mai provato qualcosa per lui, «Non consento a nessuno di importunarmi… a meno che siano implicati vecchi e intimi legami»; esiliatasi dal franchismo e rientrata in Spagna alla morte del dittatore, Carme, la protagonista di La nuova Spagna, odia la propria famiglia e ha un dolce ricordo della nonna, che le ha lasciato in eredità la casa in cui i suoi stanno passando le vacanze: è tempo di rese dei conti, «era difficile non provare la sensazione di avere sprecato un decennio della propria vita»; e poi un nipote che veglia la zia che l’ha cresciuto nella casa di cura in cui ha dovuto rinchiuderla (Il colore delle ombre, forse il miglior pezzo della raccolta); amore e sesso gay sfrenato contraddistinguono Barcellona, 1975 e La strada, in cui due esiliati pakistani a Madrid lottano contro le convenzioni per poter stare insieme.
La prosa di Tóibín deborda un po’ nell’intimismo, alcuni racconti hanno aperture ariose ma chiusure brusche e immotivate, le accurate descrizioni delle penetrazioni anali non suscitano proprio il massimo dell’interesse – tutto sommato, è possibile che di questo libro l’autore potesse fare a meno.
Se poi aggiungiamo che traduttore e correttore di bozze sembrano aver fatto a gara a chi poteva propinarci più castronerie, il risultato è men che mediocre. («Lei rise mentre faceva il primo sorso», pag. 150; «Aveva spesso pensato di telefonare più spesso», pag. 149; «Erano attenti in ogni istante a ciò che li attendeva», pag. 159; «Il tentativo di insegnarli a tagliare i capelli», pag. 218; errore di nome a pag. 231, Abdul diventa Super; «tentato chiederglielo», pag. 233; «Era quasi felice che di quella sera nulla fosse stato ancora stabilito», pag. 234; «Avrebbero potuto chiedere a Baldy perché non fosse andato subito alla polizia e avesse fatto giustizia da solo», pag. 245)

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Venivamo tutte per mare – Julie Otsuka – «buona giolnata, signole»

Di come i giapponesi arrivarono in America e di come gli americani li trattarono come schiavi prima di Pearl Harbor e come traditori potenziali dopo. Del viaggio per mare delle vergini che raggiunsero i loro sconosciuti mariti in un’altra terra. Della nostalgia di casa, delle madri, dei padri che le avevano mandate in sposa oltreoceano per soldi o per garantire loro una vita migliore. Di come le speranze vennero infrante; di come i mariti le maltrattarono e obbligarono a lavorare la terra del padrone americano; di come le ingravidarono senza amore, solo per due braccia in più da dirottare nei campi appena i pargoli fossero cresciuti. Di come pregarono Budda e di come non seppero che farsene di Lui. Di come crebbero figli che, superata l’infanzia, si vergognarono dei genitori che non sapevano spiccicare decentemente una sola parola d’inglese. Di come i bianchi sfruttarono un popolo di disperati; di come i giapponesi svolsero i lavori più umili con dignità e competenza; di come riuscirono con molti sforzi a integrarsi al tessuto sociale delle cittadine di provincia. Di come costruirono la loro reputazione di persone rette e affidabili. Di come il bombardamento di Pearl Harbor ad opera di un imperatore di cui più nulla sapevano li fece odiare, sospettare, interrogare, maltrattare, evacuare, sputare via e rinchiudere in campi di concentramento appena un po’ più soft di altri ben più tristemente noti. Di come i loro vicini di casa americani si resero conto di aver perso un pezzo della loro storia. Di come i giapponesi scomparvero dalle comunità in cui erano vissuti per decenni. E di come vennero in fretta dimenticati.
Julie Otsuka, attraverso un paziente lavoro di ripescaggio di documenti e testimonianze, riunisce i ricordi e le storie delle prime donne giapponesi arrivate dopo un lungo viaggio negli States – e dei loro figli, dei loro mariti – in un racconto condotto in terza persona plurale che tocca l’elemento singolo per renderlo collettivo, universale. E’ la memoria la protagonista assoluta del romanzo-documento, una memoria straziata e malinconica, puerile ed eroica, che imperversa nelle pagine del libro con un ritmo in crescendo che intenerisce e sgomenta il lettore.
Candidato al National Book Award e prontamente portato da noi dallo storico editore torinese Bollati Boringhieri, il testo è nobilitato dalla magnifica, vibrante traduzione di Silvia Pareschi.

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Sono tornati! LITFIBA – GRANDE NAZIONE

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Il Comandante del Concordia o Who’s on first?

Quel gran verme del Comandante. E’ stato il Comandante. Tutta colpa del Comandante. Giornalisti che chiedono: “Dovrebbe vergognarsi, secondo voi, il Comandante?” I telespettatori: “Ma certo! Vergogna!”
Vorrei vedere voi. Che paese di cialtroni, pronti a gettare la croce addosso al povero fesso di turno. Come se chi comandava fosse l’unico colpevole… Stava al timone e muoveva tutta la nave con un dito? Ma siete proprio degli allocchi, se ci credete. Se credete alla tesi degli inquirenti. I quali inquirenti, come al solito, non ci capiscono una mazza: non sanno nemmeno quanti fossero i passeggeri. “Si parla di dieci tedeschi dispersi…” Ah, però! Dieci. Si parla. Bene. Parliamone: intanto quei dieci, se ci sono, stanno facendo… cosa? Sono vivi oppure sono morti? Costa Crociere non ha un registro dei passeggeri? E se sono vivi, quei dieci, perché di notte vengono interrotte le ricerche? Cos’è, al buio è più difficile che si facciano male? I tedeschi non muoiono, di notte?
E’ stato il Comandante.
Vergogna per il Comandante!
La crociera a gennaio. Nel Mediterraneo, mare adattissimo per le crociere invernali.
Ma statevene a casa, va’. Così quel grande incompetente assassino del Comandante, quel brutto ceffo, poi non lo incontrate. E Costa Crociere non può urlare all’errore umano, per salvare capra e cavoli.
Io, per esempio, a proposito di “errore umano”, mi ricordo questa storia. Non ricordo levate di scudi. Perché lì c’erano di mezzo gli americani (“Who’s on first?” – “Who.” – “Who’s on first?” – “Who!”) e non quel vigliacco del Comandante.

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No all’arresto del cumpà

Oggi io faccio un favore a te. Domani tu lo fai a me. Ma, fino ad allora, sappi che mi ha riempito d’orgoglio aver votato come ho votato. Se non ci aiutiamo tra noi, cumpà, chi altro ci resta? Il popolo? Ah! I tribunali? Per carità! Ora non avvicinarti, però: ci stringiamo la mano in privato più tardi, lontani da questi giornalisti seccanti. Porterò lo champagne. Anzi, portalo tu, tocca a te pagare stavolta. Io ti offro la bielorussa, va’, quella del mese scorso: te la ricordi, cumpà?
E brinderemo insieme. Magicamente avvolti da tutta questa de-mo-cra-zia.

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Caro Valerio Mastandrea, facciamo un film insieme

Caro Valerio Mastandrea,
vorrei chiederti di acquistare i diritti di “Mia sorella è una foca monaca” per farne un film. Mi piacerebbe molto lavorare con te alla sceneggiatura, e alla regia, e penso potremmo anche recitare insieme. Tu potresti fare il Capo, che è il padre del sedicenne protagonista; io potrei fare il Muro di Berlino, che è un muro tedesco abbastanza famoso. La sera, per dire, ti lascerei in pace – tranquillo. Sono etero.
Avanti, Valè, non stare con le mani in mano e rispondi.
A presto,
Christian.

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Martina Portolano e la verità sugli adolescenti italiani. (Bet non aveva capito niente).

La diciassettenne protagonista del mio ultimo romanzo, Bet, incazzata nera contro il mondo per svariati motivi (condizione femminile, politica, precariato, scuola) fa la sua “sfuriata” incatenata a un termosifone. Ripresa dal cellulare di un amico, strilla tutta la sua rabbia. Il video finisce su Youtube, su facebook, sui blog, sul sito di Repubblica. Si accende un dibattito. Cosa succede ai giovani nell’Italia del nuovo millennio?
Uno dei miei intenti, scrivendo quel libro, era proprio questo: dar voce ai giovani, rimetterli al centro della discussione.
Per promuovere il libro sono andato nelle scuole. Risultato? Per colpa loro o di chi li educa, alla stragrande maggioranza dei ragazzi non fregava niente di niente. In pochi si sentivano stimolati, si riconoscevano nelle istanze di Bet. Il novanta per cento di loro erano – sono – narcotizzati. Annoiati. Rinunciatari. Il libro non aveva toccato le corde giuste? A tutt’oggi penso che quelle corde nemmeno ci fossero.
I giovani non sono arrabbiati. Solo una sparuta minoranza si impegna in politica, nel volontariato, nelle piazze.
I giovani italiani sono scazzati. Anche un po’ ignorantelli, lasciatemelo dire. Durante quegli incontri io non sono stato uno showman, lo ammetto. Almeno non sempre. Non sono stato divertente – non avevo il dono della diretta. Perché ognuno è ciò che è. Non potevo trasformarmi in una via di mezzo tra Bart Simpson e Fiorello.
Però ho sempre tentato. Niente da fare: era un po’ come cercare di risvegliare un cadavere. Non c’era polso. E l’anima? Boh. Evaporata.
Come ho potuto sbagliarmi così? Me lo sono chiesto di continuo. Poi ho trovato la risposta nei video della giovane Martina Portolano, che sono tra i più cliccati nella rete. E nei video in risposta ai suoi. Cercateli: ecco come sono gli adolescenti in Italia, anno 2012. Speriamo i Maya abbiano ragione. Buona notte, genitori.

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La letterina di Suri Cruise a Babbo Natale

Caro Babbo Natale, io mi chiamo Suri Cruise, e ho cinque anni. Mio papà è l’attore che fa Mission Impossible, Tom Cruise. La mia mamma è anche lei attrice, ma ora non so bene che film importante abbia fatto. Siamo ricchi, abbiamo un sacco di fantasmilioni di dollari, e io vesto in modo elegantissimo. Sono finita sui giornali per quanto sono bella e elegante e via dicendo. Una rivista ha scritto che ho una «grazia innata», che vuol dire che ce l’ho nel sangue, io , la grazia. Devo averla presa da mamma, perché papà a volte è un po’ strano e nelle trasmissioni televisive salta sui divani e fa dei versi scemi – però il pubblico ride, perciò penso che la simpatia la prenderò da lui, quando sarà il tempo. Ti scrivo per chiederti alcuni regalini che dovresti recapitarmi la notte di Natale, quando io sarò nel mio lettino e tu, che forse hai fatto lo stuntmen nei film di papà, ti calerai giù dal camino e, con molta grazia – tu che l’hai? – depositerai sotto il nostro albero (che papà ha sradicato a mani nude nei boschi e portato a spalla fino a casa) senza farti vedere. Tranquillo: le body guards avranno la serata libera e mamma staccherà l’antifurto per lasciarti passare.
Il primo regalino che voglio è un pony. Non di pezza, non a grandezza naturale ma finto, non una di quelli impagliati che se ne stanno fermi e silenziosi nelle praterie di cartone. Intendo proprio un pony di quelli vivi che si vedono, per esempio, nel film Cuori Ribelli dove papà recitava con una tizia dai capelli rossi il cui nome, non ho capito bene perché, in casa nostra non può essere pronunciato ad alta voce, ma solo sussurrandolo. Ti dico solo le iniziali: N di Natale e K di Klain Calvin, che è uno stilista letto al contrario. Questo pony, sappilo, mi serve per salirci sopra e galoppare nel giardino di casa, quindi deve essere un pony buono e semplice da cavalcare – non uno di quelli che poi impazziscono e saltano la staccionata e io faccio la fine della figlia di Rossella O’Hara in Via col vento. Un pony educato. Chiedi in giro e portami il migliore. Il suo pelo dovrebbe fare pendant col colore dei miei capelli, naturalmente, perciò non ti sbagliare. Dovrebbe costare intorno ai centomila dollari, ma se riesci a spuntarla per novantacinque papà dice che il resto te lo puoi tenere tu – magari sostituisci qualche renna vecchia con qualcuna giovane, ma le vecchie non le fare abbattere perché noi siamo animalisti, però solo animalisti per gli animali chic. Difatti voglio un pony, mica un porco.
Le altre due cosucce che dovresti procurarmi sono: un paio di orecchini e un vestito su misura per me – sono stanca di girare con pelliccia e tacchi e nient’altro sotto. Quando dico orecchini dico «orecchini»: non bigiotteria sciatta o vomitevoli Trilogy in oro bianco. Intendo orecchini di diamanti, come quelli che porta mamma in quel brutto film in cui fa la figlia del presidente degli Stati Uniti, non mi ricordo il titolo. Insomma: a buon intenditor poche parole. Ti faccio lo spelling: dia-man-ti. Così non combini guai.
L’altra cosa già te l’ho detta: voglio un vestito su misura, un vestito che mi faccia sembrare una fata o una principessa, soprattutto quando lo indosso. Non perder tempo con gli stracci dei grandi magazzini che avete su al Polo Nord. Quella roba non la metto. Fai piuttosto un salto dal tizio che ti dicevo prima (CK) oppure vedi di tirar giù dal letto qualche stilista italiano, indici un bando di gara, mettili in un atelier e che vinca il migliore. Le mie misure te le lascio nel poscritto e fai molta attenzione a non divulgarle, che sennò l’anno prossimo ti faccio sostituire e la Cadillac me la porta un altro. Ora ti saluto, dobbiamo andare a una riunione di Scientology, ché papà deve fare l’auditing a Bugs Bunny. Datti da fare. Con affetto, Suri.

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La trama del matrimonio – Eugenides

"La trama del matrimonio" - Jeffrey Eugenides - Mondadori - pg 478 - euro 20

LA TRAMA IN BREVE
Primi anni Ottanta. Mitchell ama Madeleine che ama Leonard che è un genio maniaco-depressivo. Hanno tutti vent’anni. Tra college, feste, lezioni di semiotica, cliniche psichiatriche e viaggi in India, un anno delle loro vite si consuma nell’attesa di qualcosa che altro non può essere che l’accettazione di sé e dei propri limiti.

IL GIUDIZIO
E’ romanzo appassionante, sapientemente costruito, ma difetta nel personaggio femminile protagonista, con il quale Eugenides lavora di stereotipo e non riesce nel processo empatico col lettore. La scrittura è tiepida, nel senso che l’autore pare poco propenso a farsi notare; il che non sarebbe un male se non scegliesse di tirarla per le lunghe (la parentesi indiana e mistica di Mitchell poteva essere accorciata di una cinquantina di pagine, a dir poco).

Forse sono ventenni che ragionano troppo da adulti, il registro ogni tanto è troppo alto – per quanto possano essere stati intelligenti tre ragazzi del primo mandato Reagan, lo stridio generazionale tra personaggi e narratore s’avverte, e qua e là il sangue (come detto, tiepido) della storia si raggruma. Riescono meglio, invece, i genitori di Madeleine, soprattutto quel ciclone della madre Phillyda, con la sua ansia di decoro e la rassegnazione ai tempi che cambiano.
Rispetto alla decostruzione della Famiglia Americana avviata dagli autori contemporanei (vedi Franzen, Ferris, Oates) questa di Eugenides ha le unghie meno affilate, ma la storia tiene, ed è fornita di un finale che tocca le corde giuste.

IL BRANO CHE VALE
«Scusami tanto se soffro di un disturbo mentale, Madeleine. So che è terribilmente volgare.»

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